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La Lanterna del Popolo |
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Il maniaco "Petardiere" Il malcostume nelle piccole cose: Carovigno è infestata da botti ad ogni ora del giorno e della notte
di Luigi Federico Agosteo Da che mondo è mondo, gli uomini hanno sempre festeggiato gli avvenimenti che, a loro non sempre logico giudizio, meritavano qualcosa di diverso dal solito tran tran. Questi festeggiamenti variavano e variano tutt’ora da etnia ad etnia, da nazione a nazione, da paese a paese, ma hanno tutti in comune la finalità di fare festa per qualcosa di ben definito, e quindi da tutti riconosciuto ed accettato. E’ presumibile che anche gli ominidi, precursori dell’homo sapiens, festeggiassero qualcosa, ad esempio il sorgere del sole, magari battendosi con foga il petto villoso, lanciando grida gutturali o gettando pietre in uno stagno: purtroppo gli esperti non hanno saputo formulare congetture in tal senso. Sappiamo invece che tribù dell’area africana corrispondente all’attuale Malì, già al tempo del leggendario imperatore Mansa Musa, vissuto qualche secolo prima della nascita di Cristo, in occasione della fine della pubertà dei maschi organizzavano una festa detta “danza del fuoco” e di tali festeggiamenti disponiamo di ampia documentazione. Anche nelle cronache del celebre esploratore inglese David Livingstone viene descritta con precisione la festa del fuoco. Di tale festa posso dare conferma anch’io, avendo vissuto per alcuni anni in Senegal, per ragioni di lavoro: la danza del fuoco - oggi - è la festa tradizionale delle tribù Tem, originarie del Togo ed ha luogo pochi giorni prima che inizi la stagione delle piogge, quindi verso fine luglio. La festa si è ben presto estesa anche ad altre etnie. Al centro del villaggio viene acceso un grande falò, i tamburi prendono a rullare ed i convenuti iniziano a ballare intorno a questo fuoco, ben presto cadendo in una specie di trance. Poi, alcuni di loro si avvicinano al fuoco, prendono a mani nude una grossa brace, se la mettono in bocca, se la passano su ogni parte del corpo, senza dare apparenti segni di dolore, né evidenziando bruciature. Fa molta impressione assistere a questa danza, ma tant’è; le usanze e le tradizioni vanno prese per quello che sono. Sin qui si parla di manifestazioni di giubilo che fanno ricorso a mezzi definibili naturali. Ma, e c’è sempre un ma nella storia dell’umanità, nell’VIII secolo, in Cina, qualche bello spirito inventa i fuochi artificiali. Si avvia così la pirotecnica, ossia l’arte della fabbricazione di fuochi creati dall’uomo a fini di divertimento e di spettacolo. I cinesi seppero inventare qualcosa che conciliava tra loro effetti solitamente unitari, trasformandoli in effetti di un insieme spettacolare, coniugando la luce e il rumore, così la pirotecnica è diventata la base per ogni festa che si rispetti. Nulla di male, direte voi; nulla di male dico anch’io. Ma, ed ecco il solito ma che punteggia la storia delle umane genti, qualcuno ha pensato di ampliare la logica pirotecnica trasformandola in “illogicità” ed ha inventato la deleteria variante dei cosiddetti esplosivi fulminanti, quelli cioè che si limitano a produrre scoppi violenti, accompagnati da un modesto lampo di luce e privi di qualsiasi effetto d’insieme. Appaiono così i “petardi”, oggetto del nostro disquisire. Petardo è comunque una dizione impropria, perché il termine designa in effetti una piccola bomba, usata nel medioevo per distruggere porte e mura delle città assediate costituita da un cono rimpinzato di 2 o 3 kg di polvere da sparo, innescata da una miccia a lenta combustione. La dizione corretta, per ciò di cui parliamo, è invece quella di “miccetta”, pernicioso tipo di petardo purtroppo in liberissima vendita; è piccolo di dimensioni, contiene poca ma concreta polvere da sparo, ed è caratterizzato da una miccia di circa 15 millimetri che brucia rapidamente in pochi secondi. La fantasia degli studiosi dei botti ha poi ulteriormente perfezionato il marchingegno iniziale e sono nate le così dette “mitragliette” costituite dall’unione di tante miccette tra loro collegate e il piatto è pronto per essere servito! Le feste patronali, le sagre dei più sperduti paesi, hanno così aumentato la loro gioiosa rumorosità con le miccette, le mitragliette nelle varianti gazza cantante o super picchio, oppure i petardi detti pallina flash, pop pop, foto flash, minicicciolo e minicicciolo doppio, per non parlare delle specialità dette picet, raudo manna, magnum e mefisto manna e chissà quanti altri, sperando siano tutti inoffensivi, sebbene le cronache giornalistiche dicono diversamente. Ma (mi duole ripetere che la storia è costellata di ma, ma è proprio così!), questi mezzi di festeggiamento, ovviamente e benvenuti nelle occasioni in cui c’è qualcosa da festeggiare, ha invece debordato in modo insostenibile e fastidioso. Tali petardi sono divenuti infatti appannaggio dei giovinastri di ogni età e ceto sociale, di solitari cultori del rumore, ecc… Personaggi che hanno deciso di petardare ogni quartiere, a ogni ora del giorno e della notte, per periodi a loro scelta ed ovviamente senza che esista alcuna ragione di usarli, vale a dire senza alcun riferimento ad una festa, ricorrenza, ecc… Nella zona in cui abita chi vi scrive, lo scoppio dei petardi è divenuto prassi quotidiana, uscire a passeggio col proprio cane è impossibile perché non si sa mai quando il petardo darà il micidiale botto e il cane rischierà l’infarto, ed io con lui. Nei mesi scorsi una signora con figlio piccolo in braccio, colta di sorpresa, ha rischiato di fare cadere il bimbo, con conseguenze facilmente immaginabili. In alcune vie, da tempo, allo scoppio delle miccette, si aprono le finestre e cori di improperi vengono lanciati verso i petardieri che scompaiono magicamente all’orizzonte. Persino durante la Messa questi individui lanciano i loro aggeggi sul sagrato, quasi a segnalare che loro vigilano comunque e non conoscono zone franche. Ma chi sono questi lanciatori da strapazzo? Sono per lo più ragazzotti in età scolare che, nonostante la crisi economica, hanno comunque i mezzi per acquistare tali marchingegni ed hanno fermamente deciso di bombardare Carovigno durante tutto l’anno. Nascono così le figure degli specialisti: quello riconoscibile dal duplice botto, capace di accendere all’unisono 2 miccette per volta, oppure quello che si distingue dal lancio alternato ma sistematico, vale a dire 3 o 4 botti ad intervalli regolari, poi 10 minuti di silenzio, quindi ripresa dei bombardamenti, oppure quello che predispone con cura un gruppo di petardi collegandoli con una miccia, da fuoco e gode come un mandrillo nell’udire la sventagliata di botti di diversa tonalità. Nel nostro quartiere è però divenuta ormai leggendaria la figura del petardiere solitario il quale, come gli antichi cavalieri di ventura, incurante se faccia caldo, freddo, piova o tiri vento e nelle ore in cui dovrebbe studiare, esce di casa ed inizia a sparare i propri botti sistematicamente, cocciutamente e con singolare spirito di tenacia. Le sue performance durano una decina di minuti in un’area ben delimitata, che comprende non più di 3 o 4 isolati. Da dove emerga questo cultore del botto non è dato di sapere; per quale motivo produca queste esplosioni, è un mistero; cosa abbia da festeggiare è un enigma; dove trovi i soldi per comprare tali infernali aggeggi è un punto interrogativo specie oggi che, con la crisi, sarebbe meglio non buttare i denari in fumo. Talvolta, nel cuore della notte, si sente uno scoppio solitario, a riprova che qualcuno, pensa bene di petardare un’ultima volta, certamente accasciato dall’idea che sino al giorno dopo non potrà riprendere a rompere le palle al prossimo. Quale gusto si provi a fare scoppiare questi aggeggi resta un mistero, non resta invece un mistero il fatto che tali atteggiamenti dovrebbero costituire oggetto di riflessione. Si trattasse di un fenomeno isolato, accaduto per un paio di mesi forse per smaltire scorte di petardi rimaste dopo il capodanno od una ben precisa festa, beh, lo si capirebbe e lo si scuserebbe con la solita frase del tipo “sono ragazzi”. Ma in questo caso è diverso: io sono a Carovigno da 8 anni e da circa 3 sono perseguitato da questi botti a ruota libera, alternati a precarie pause di silenzio che possono indurre a pensare “forse hanno smesso”, a cui seguono immediate recrudescenze, quasi a riguadagnare il tempo perduto. Confesso di avere più volte fatto il segugio, nella speranza di individuare il petardiere, ma senza successo, ed invece mi sono sentito raccomandare di fare comunque attenzione. “Non vedi che nessun vigile urbano è mai intervenuto?” “Non vedi che il sindaco non ha mai emesso ordinanze?” E così: i botti continuano, preoccupa però che il fenomeno va peggiorando, e si è portati a pensare che si tratti di una situazione psicologica, magari depressiva, forse di disagio famigliare, che richiederebbe la valutazione di un esperto in paranoia, perché si tratta proprio di tendenza maniacale. Ma perché non si comincia, ad esempio, a vietare a qualsiasi negozio di vendere questi aggeggi? Perché non si pone una fortissima tassa per ogni petardo? Perché non si fa una campagna educativa nelle scuole? Certamente sono un illuso, e ho il vago sentore che dopo questo articolo le esplosioni aumenteranno; questo perché l’italiano d’oggi ha il vizio di essere molto suscettibile, di non accettare consigli da nessuno, di credere che le strade pubbliche non siano luoghi di e per tutti, ma vere e proprie free-zone ove tutto è lecito e tutto è permesso: soprattutto fare rumore e disturbare, nell’assoluta certezza dell’impunità. |
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