La Lanterna del Popolo

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L'arte di essere felici: il coraggio di restare

bambini e un po' matti, a volte anche idioti

 

© - La Lanterna del Popolo (2019)

di Martina Dipierro

La felicità è un tema molto discusso.

Tutti i più grandi filosofi, scienziati e letterati, dagli albori del tempo fino ad oggi, hanno cercato di dare una loro definizione e farci comprendere, secondo il  loro punto di vista il concetto di felicità.

"La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha” (forse ancora meglio sarebbe saper gioire per quello che si ha).

Se offrissimo un milione di euro a chi fosse in grado di indovinarne l’autore di questa citazione, vi renderebbe felici sapere di avere un milione di euro, giusto?

Ebbene, l’autore di questo aforisma è Oscar Wilde.

Niente milione di euro per voi, purtroppo, ma almeno avete guadagnato in cultura.

I lettori curiosi di leggere questo articolo, sicuramente già conoscono il significato di ricchezza culturale e riconoscono nella prosperità intellettuale un valore aggiunto da poter dare alle proprie vite.

Un proverbio cinese sostiene che l’apprendimento è un tesoro che seguirà il suo proprietario ovunque.

Nella prospettiva di avere un milione di euro in tasca, con la fantasia abbiamo iniziato immediatamente a fantasticare e ad immaginarci sdraiati sotto il sole delle Maldive, con il nostro cocktail in mano, in totale relax.

Dopo l’entusiasmo iniziale con il quale ci siamo proiettati fuori dalla solita routine quotidiana, ci rendiamo conto che la felicità non è questa, perché dopo una settimana alle Maldive, ci predisponiamo all’abitudine, per cui il mare, la spiaggia e tutto ciò che fa parte di quel pensiero fantastico sulle Maldive, potrebbe rivelarsi un pensiero stancante.

Noi tendiamo a stancarci della routine, viviamo l’insoddisfazione e nell’eterna insoddisfazione, direbbe il filosofo Arthur Schopenhauer.

Secondo lo stesso, noi viviamo la nostra vita come un pendolo, che oscilla fra la noia e il dolore.

Proviamo quindi a capire che cos’è la felicità.

Per tentare di trovare una risposta al nostro quesito sulla felicità digitiamo questa parola sulla tastiera del nostro computer; ci accorgeremo che nei vari motori di ricerca il primo risultato che appare in  cima alla lista è il video di Albano e Romina, sulle note del brano ”Felicità”, seguito solo come seconda opzione dalla definizione di Wikipedia.

Constatare che i vari motori di ricerca fanno primeggiare Albano potrebbe rattristarci se non si è estimatori della sua musica.

Wikipedia ha tratto dal Garzanti tale affermazione:” La felicità è lo stato d'animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri”.

A questo punto, l’aforisma di Oscar Wilde e l’assunto del Garzanti, appaiono fortemente discordanti.

Desiderare o non desiderare?

Il focus della questione, considerato in un’ottica semplicistica, assume una posizione chiara e netta.

Innanzitutto, andrebbe considerata la soggettività, ossia ogni persona vive la felicità a proprio modo.

Ogni persona è autentica, o meglio dovrebbe esserlo.

Purtroppo il conformismo della nuova generazione, annulla l’autenticità.

In che modo? Tutti hanno bisogno di vestirsi di una certa marca per essere alla moda, hanno bisogno di andare nello stesso locale per sentirsi “fighi” e si potrebbe continuare con un’infinità di esempi.

Il punto della questione è il fatto che essere la pecora nera del gregge, non è un motivo di vanto, bensì di auto condanna, perché il mondo va avanti senza di te e resti fuori da ogni contatto sociale.

Questo è ciò che accade nella new generation.

I giovani desiderano o non desiderano?

Credo che la risposta possiamo scorgerla nella strada.

Basta fare un giro per capire quanto il desiderio di avere, possedere, sia ormai alla portata di tutti, giovani e meno giovani, alla faccia della crisi.

Adolescenti che sfoggiano l’ultima serie di una nota marca di telefonia per ostentare di essere alla moda, mentre i genitori di questi figli alla moda piangono disperati i debiti in banca.

Gli adulti, invece si pavoneggiano nel loro paese con automobili di lusso per sentire addosso gli occhi della gente, alimentando così il proprio narcisismo; ma ripagano la loro vanità a caro prezzo, a discapito della dispensa in casa dove regnano le ragnatele.

Lo stesso narcisismo porta ad avere un atteggiamento di scrocco; un esempio tipico è quello della gente col “Ferrarino” parcheggiato, ma che al momento di pagare il conto al ristorante, inscenano un’improvvisa fuga alla toilette per fulminei disturbi gastrointestinali.

Interessante è la riflessione sul concetto di desiderio, una riflessione per la quale non dobbiamo possedere per forza delle menti illuminate, e soprattutto è gratis!

Avete presente quando andiamo all’inaugurazione di un locale/negozio, insomma una nuova apertura di una gestione commerciale, della quale in realtà non ce ne frega  nulla, perché tanto abbiamo il nostro negozio di fiducia, ma ci andiamo lo stesso perché ci sarà il buffet dolce e salato totalmente gratuito?

Ecco, il nostro cervello ha la stessa modalità di funzionamento.

Possiamo pensare, riflettere... tutto in modalità gratuita ... non bisogna nemmeno collegarsi al wi-fi!

Fermiamoci un attimo e chiediamoci, siamo felici?

Se la felicità è uno stato mentale, siamo consapevoli di viverlo?

A tal proposito, cito una grande poetessa del '900,   l’immensa Alda Merini, la quale con parole semplici e concise riferisce come la felicità sia una condizione appannaggio di matti e bambini.

Ecco che si ripropone una nuova contraddizione: lo stato mentale  diviene  tale se  è accompagnato  dalla consapevolezza  di stare vivendo un tale stato, mentre i bambini e i matti, mancando di tale consapevolezza sono spontanei e gioiscono con semplicità.

Il bambino è felice facilmente, si accontenta con poco, gli basta un gelato o un parco giochi per esserlo.

Noi sappiamo accontentarci?

Il segreto sta proprio in questo: accontentarsi o meno, sfidando l’abitudine, che potrebbe annoiarci e portarci al desiderio di poter vivere o avere altro.

Riflettiamoci pochi istanti: sicuramente sarà capitato a tutti noi, di aver la voglia e il desiderio di scappare lontano dalla nostra città.

Accade che il desiderio di fuga diventi realtà e ci ritroviamo in un altro posto, che non conosciamo o conosciamo, ma comunque lontano dalla nostra terra di vita quotidiana.

Il tempo stimato per ambientarci e lasciare spazio all’abitudine oscilla dai 3 giorni ad una settimana.

Esempio concreto: immaginiamo di sbarcare in maniera fugace dal sud al nord Italia, accompagnati dal nostro pensiero fantastico su quanto il nord possa offrire una vita soddisfacente ed appagante sotto tutti gli aspetti del nostro vivere.

Decidiamo, per esempio, di direzionare la nostra fuga di speranza su Milano, ma pochi giorni dopo il nostro arrivo, inizia a farsi sentire la nostalgia del nostro sole, rispetto al grigiore del cielo milanese.

Iniziamo a criticare l’aria inquinata e a lamentarci di non poter stare all’aria aperta, perché rischiamo di soffocare a causa dello smog.

Ci mancano i nostri alberi di ulivo, il nostro mare e la vista del Duomo dopo soli 3 giorni non ci fa ormai più alcun effetto.

Dopo soli pochi giorni di tran tran sui vari mezzi pubblici, tra  metro, tram e taxi non esclamiamo più: “Wow”, ma ci ritroviamo  a sbuffare proprio come quando siamo in coda in mezzo al traffico bloccato.

Ecco che anche noi, che abbiamo desiderato la fuga e il cambiamento di vivere in un’altra città, vogliamo tornare a casa, nella nostra terra.

Se noi sapessimo accontentarci, potremmo accedere a quei, anche se pochi, stati mentali della felicità, e costruire nel nostro presente le risorse, per poter aspirare ad una vita serena.

Saper gioire di tutto quello che abbiamo, evitando il surplus dei beni materiali ed entrando nella prospettiva che la gioia è insita dentro di noi.

Non sono necessarie ricchezze pompose, bensì un  quieto benessere, anche là dove le problematiche  economiche sono più evidenti, ma dimentichiamo spesso quel pezzo di pane che è presente sulle nostre tavole, a prescindere da qualsiasi condizione.

Molti di voi conosceranno il simbolo della filosofia orientale: lo Ying e Yang, il nero che abbraccia il bianco e viceversa.

Siamo predisposti a vivere degli eventi della nostra vita positivi e negativi, senza alcuna eccezione?

Apprezziamo la felicità, perché abbiamo vissuto e conosciuto la tristezza.

Prendiamo lezioni dai bambini e dai matti e facciamone una virtù quotidiana.

Armiamoci di coraggio per essere felici, come ci esorterebbe lo scrittore russo Fedor Dostoevskij.

Nella sua opera letteraria” L’idiota”, di cui consiglio vivamente la lettura, racconta la vita di un principe buono, paragonato ad un Cristo del XIX secolo.

L’estratto metaforico del libro porta il lettore ad una serie di riflessioni.

Il focus centrale si concentra sulla teoria secondo cui per essere felici è necessario essere anche un po’ idioti.

Dobbiamo avere il coraggio di essere degli artisti idioti della e nella nostra vita.

Dunque, forza e coraggio!

Almeno così saremo felici e consapevoli di esserlo.